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martedì 18 luglio 2017

Erri De Luca: Ecco come la Monsanto ha stravolto la natura per trarne profitto. Ha trovato un modo per lucrare sulla più grave perdita per l’umanità: la perdita della nostra sovranità alimentare



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Erri De Luca: Ecco come la Monsanto ha stravolto la natura per trarne profitto. Ha trovato un modo per lucrare sulla più grave perdita per l’umanità: la perdita della nostra sovranità alimentare


ASSURDO! ECCO COSA HA BREVETTATO LA MONSANTO. QUESTA PERA NON È COME LE ALTRE…DI ENRICO DE LUCA

Ecco come la Monsanto ha stravolto la natura per trarne profitto.Ha trovato un modo per farci perdere del tutto la sovranità alimentare.Ecco quale

Enrico De Luca, detto Erri , è un famoso giornalista, scrittore e poeta italiano.  Intervistato dalla trasmissione “Indovina chi viene a cena (Rai3) spiega in semplici parole come la Monsanto (il più grande rivenditore di sementi al mondo) abbia brevettato un sistema per stravolgere  i propri semi in modo da farci perdere la sovranità alimentare traendone profitto.
In pratica la Monsanto ha brevettato la sterilità dei propri semi.
I loro semi crescono, fanno il frutto che genera a sua volta semi sterili che non è possibile ripiantare.  Per ripiantare quel frutto quindi si è costretti a ricomprare quei semi.
Un seme naturale invece genera un frutto con semi non sterili (come la pera mostrata da Erri De Luca), che possono essere ripiantati per generare altri frutti e cosi via.
E’ chiaro come questo brevetto Monsanto  porterà alla più grave perdita per l’umanità: la perdita della sovranità alimentare
Vi mostriamo di seguito l’intervista di Enrico De Luca



venerdì 5 maggio 2017

Così gli OGM brasiliani nutrono 700 milioni di maiali cinesi… E pensate che queste porcherie non arrivano sulle nostre tavole?



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Così gli OGM brasiliani nutrono 700 milioni di maiali cinesi… E pensate che queste porcherie non arrivano sulle nostre tavole?


Così gli ogm brasiliani nutrono 700 milioni di maiali cinesi

Carne, tonno, pomodoro… Dal Brasile alla Cina, viaggio nell’industria agroalimentare. Dove pochi produttori controllano filiere vitali


«I brasiliani usano le loro terre per produrre la soia che viene ingurgitata dai maiali industrializzati che la Cina ha importato dagli Stati Uniti; i cinesi usano le loro campagne per produrre il concentrato di pomodoro che verrà esportato in Africa o servirà da base al ketchup negli hamburger che i fast food come McDonald’s vendono in tutto l’occidente – e che stanno cominciando a spopolare in Cina. L’avanzata del modello sembra inarrestabile». Sono righe che danno un senso di vertigine, ma è tutto il libro I signori del cibo di Stefano Liberti a provocare stupore, indignazione, smarrimento.
E consapevolezza di quanto poco sappiamo delle grandi trasformazioni dell’industria agroalimentare. In estrema sintesi I signori del cibo è un libro su come globalizzazione e finanziarizzazione stanno cambiando l’industria del cibo. Il nodo sembrerebbe proprio questo. L’industrializzazione della produzione degli alimenti è fenomeno antico, almeno in occidente, ma globalizzazione e finanza hanno mutato profondamente le filiere e continuano ad acuire i processi più preoccupanti, ovvero concentrazione e sfruttamento delle risorse. Sempre più il cibo diviene una merce scambiata sui mercati globali da aziende che controllano tutti i passaggi della filiera.
Che tipo di aziende? Le cosiddette aziende locusta, gruppi che cercano di produrre al minor costo possibile e senza curarsi granché delle conseguenze sull’ambiente, sugli animali, su ciò che mangiamo. Liberti – non nuovo a libri di grande complessità, pensiamo ai suoi lavori sul land grabbing e sulle rotte dei migranti – ricostruisce questi processi attraverso un’inchiesta durata due anni, che lo ha portato in Paesi geograficamente lontanissimi – Brasile, Cina, Spagna, Stati Uniti, Senegal, Ghana, Italia – ma legati da rapporti economici stretti e ambigui, per guardare con i propri occhi cosa accade a uomini e animali, e per incontrare persone dai profili diversissimi, dai contadini brasiliani e ghanesi, ai pescatori di mille mari, ai broker di commodities alimentari, ai cinici manager delle multinazionali del cibo.
Per mostrarci gli esiti pratici di questi processi Liberti pedina la filiera di quattro prodotti – carne di maiale, soia, tonno in scatola e pomodoro concentrato. Ovvero la carne più consumata al mondo, il legume dalla crescita più alta, il secondo prodotto del mare più commercializzato dopo i gamberetti e il frutto più diffuso del pianeta. Che cosa scopre? Che il mega-mattatoio di Shuanghui, in Cina, può essere descritto come il simbolo della nuova industria del maiale: immensi e atroci stabulari di proprietà di pochi grandi gruppi quotati in borsa che hanno verticalizzato la produzione, e che controllano tutto il processo, con allevamenti da milioni di capi – spesso importati dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, che riescono a selezionare specie molto efficienti –, enormi impianti di macellazione e trasformazione e una grande rete di distribuzione.
Che va ad alimentare il più grande mercato del mondo, 700 milioni di maiali per un popolo che ha cominciato a mangiare carne con una certa costanza. Per cibare quei maiali ci si rivolge al Brasile. Oggi una rilevante parte del Mato Grosso è diventata monocolturale. Si coltiva soia ogm, milioni di ettari per tonnellate che vengono spedite in un Paese, la Cina, che fino a quindici anni fa non importava soia dall’estero, e oggi assorbe il 67% del commercio globale. La catena carne-soia, Cina-Brasile. Una catena controllata da pochi gruppi e, tra questi, la più grande azienda privata degli Stati Uniti, la Cargill, che ha un fatturato pari a cinque volte quello di McDonald’s e a quattro volte il pil della Bolivia o del Camerun.
E poi il tonno. Che Liberti ci racconta attraverso la voce dei pescatori, partendo dai pionieri della caccia al tonno tropicale, i pescatori baschi, per arrivare ai dolenti lamenti dei pescatori senegalesi, impoveriti da un’industria che vuole economie di scala, pescherecci ipertecnologici, e attori – in particolari thailandesi – che spesso agiscono fuori dai regolamenti internazionali. E infine il pomodoro, il concentrato di pomodoro. La Cina era un Paese che produceva poco concentrato di pomodoro. Oggi, dopo aver trasformato lo Xinjiang e i suoi enti para-militari in macchine per la produzione, è diventato il primo esportatore al mondo.
Con dinamiche apparentemente folli: si coltiva e trasforma in Cina e si spedisce in tutto il mondo, dove il pomodoro viene rilavorato e spesso esportato ancora una volta, a prezzi bassissimi, esiziali per mercati quali quelli africani. Le conseguenze di queste trasformazioni sono enormi e ambivalenti. Riguardano i modi della produzione, della commercializzazione, del consumo. Sembrerebbero esserci chiari vincitori e vinti, ma la realtà, così come in generale le conseguenze della globalizzazione, sono ambivalenti, contraddittorie. Si arricchiscono i grandi gruppi e i grandi produttori, e alcuni investitori, e in parte anche i contadini-trasformatori brasiliani, che escono da un’economia di sussistenza, e chi lavora nella filiera del pomodoro cinese.
Ma si impoveriscono i coltivatori di soia della Manciuria, messi fuori mercato dal Brasile, e i pescatori senegalesi, senza i capitali per metter su un’industria del pesce, e gli agricoltori del Ghana, e i piccoli produttori di diversi Stati africani. Gli effetti sulle risorse e sugli equilibri socio ambientali sono evidenti, il luogo della produzione e il luogo del consumo si allontanano sempre di più, si riduce la biodiversità, si stabilisce con l’ambiente un rapporto puramente estrattivo. Che fare? Liberti è consapevole della difficoltà di rispondere, trovare strategie, sa bene che filiere corte, bio, slow food sono risposte giuste e nobili ma spesso elitarie. Nel libro c’è una postfazione affidata alla campagna #filierasporca, che ribadisce i danni globali delle attuali filiere alimentari e invita a impegnarsi per la trasparenza e per un modello di sviluppo che protegga la biodiversità e rispetti il lavoro di uomini e donne.

fonte: https://www.greenme.it/informarsi/agricoltura/18860-multinazionali-multate-brasile-ogm

sabato 18 marzo 2017

Rivelazioni shock del New York Times: Il glifosato provoca il cancro, ma la Monsanto ha corrotto la ricerca scientifica!




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Rivelazioni shock del New York Times: Il glifosato provoca il cancro, ma la Monsanto ha corrotto la ricerca scientifica!


Articolo tradotto da “The New York Times“
La reputazione del Roundup, il cui principio attivo è il diserbante più utilizzato al mondo, ha subito un duro colpo martedì scorso, quando un tribunale federale ha desecretato documenti che hanno sollevato interrogativi sulla sua sicurezza e sulle prassi in materia di ricerca del suo produttore, il gigante della chimica Monsanto. Il Roundup e altri prodotti simili sono utilizzati in tutto il mondo per applicazioni che vanno dalle colture in file fino ai giardini domestici; è il prodotto di punta della Monsanto, e sulla base dei risultati delle ricerche finanziate dall’azienda è da tempo considerato relativamente sicuro. Una causa intentata presso il tribunale federale di San Francisco ha messo in dubbio tale conclusione, sulla base dei risultati di un panel internazionale di esperti secondo cui l’ingrediente principale del Roundup potrebbe causare il cancro.
I documenti processuali comprendevano le e-mail interne della Monsanto e gli scambi di mail tra l’azienda e le autorità di regolamentazione federali. La documentazione ufficiale suggerisce che Monsanto sia stata la ghostwriter delle ricerche attribuite poi ad accademici, e rileva come un alto funzionario dell’Agenzia per la protezione ambientale statunitense (EPA) si sia prodigato per reprimere sul nascere uno studio sull’ingrediente principale del Roundup, il glifosato, che avrebbe dovuto essere realizzato dal Dipartimento americano della Sanità e dei Servizi sociali. I documenti rivelano inoltre che vi era disaccordo all’interno della stessa E.P.A. rispetto alla propria valutazione della sicurezza.
Gli archivi sono stati desecretati dal Giudice Vince Chhabria, che presiede il processo intentato da persone che affermano di aver sviluppato il linfoma non-Hodgkin in conseguenza dell’esposizione al glifosato. La causa è stata intentata in seguito a una conclusione risalente a circa due anni fa dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), un ramo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui il glifosato sarebbe un probabile carcinogeno; tale conclusione si basa su ricerche che lo mettono in relazione con il linfoma non-Hodgkin.
Le carte processuali mostrano come la Monsanto abbia ricevuto, con alcuni mesi di anticipo, una soffiata a riguardo da parte di un vicedirettore di divisione dell’E.P.A., Jess Rowland, pertanto l’azienda ha potuto preparare un attacco a tale conclusione con largo anticipo rispetto alla sua pubblicazione. I dirigenti della Monsanto, nei loro scambi di e-mail interni, affermano anche che Rowland aveva promesso di respingere un tentativo, da parte del Dipartimento della Sanità e dei Servizi sociali, di condurre studi propri.
In una mail del 2015, Dan Jenkins, un dirigente della Monsanto, afferma che Rowland, riferendosi al potenziale studio dell’altra agenzia, gli avrebbe detto “Se riesco a distruggerlo, merito una medaglia“. Lo studio non è mai stato realizzato. In un’altra mail, Jenkins segnala a un collega che Rowland progetta di andare in pensione e afferma quanto segue: “[Rowland] potrebbe essere utile man mano che andiamo avanti nella difesa del glifosato“. La sicurezza del glifosato non può essere considerata “settled science”. Numerose agenzie, tra cui l’Autorità europea per la sicurezza alimentare e l’E.P.A. sono in disaccordo con l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, e minimizzano le preoccupazioni per il rischio di tumori; la Monsanto ha difeso vigorosamente il glifosato.
Ma i documenti processuali rivelano anche discussioni all’interno dell’E.P.A. L’Ufficio di Ricerca e Sviluppo dell’agenzia ha sollevato alcune preoccupazioni sulla solidità di una valutazione svolta dall’Ufficio dei programmi aventi per oggetto i pesticidi dell’agenzia, di cui Rowland era al tempo un alto funzionario, e nel dicembre 2015 ha raccomandato di attuare misure per “rafforzare” la “valutazione sulla salute umana”. Secondo una dichiarazione della Monsanto “Il glifosato non è carcinogeno”. L’azienda ha inoltre aggiunto quanto segue: “L’accusa secondo cui il glifosato potrebbe causare il cancro nell’uomo è incompatibile con decenni di studi approfonditi sulla sicurezza da parte delle principali autorità di regolamentazione di tutto il mondo. I querelanti hanno presentato documenti isolati fuori contesto“.
L’E.P.A. non ha commentato immediatamente e Rowland non era raggiungibile. La Monsanto ha inoltre respinto ipotesi secondo cui le rivelazioni avrebbero evidenziato preoccupazioni in merito a una possibile compromissione della ricerca accademica da essa finanziata. La Monsanto cita spesso tale ricerca a supporto delle proprie affermazioni sulla sicurezza del Roundup e dei pesticidi. In una mail desegretata martedì scorso, William F. Heydens, dirigente della Monsanto, informa altri funzionari aziendali della possibilità per l’azienda di essere ghostwriter della ricerca sul glifosato assumendo ricercatori accademici per apporre i loro nomi alla documentazione, in realtà redatta dalla Monsanto. “Potremmo ridurre i costi redigendo in proprio la documentazione e chiedendo loro di limitarsi a svolgere l’editing e di firmarla, per così dire“, scrive Heydens, menzionando un esempio precedente in cui affermava che l’azienda aveva fatto ciò.
Interrogata su questo scambio, Monsanto afferma in una seconda dichiarazione che i suoi ricercatori non sarebbero i ghostwriter dello studio a cui si fa riferimento o di studi precedenti, aggiungendo che un documento, poi effettivamente pubblicato, era stato “sottoposto al rigoroso processo di revisione inter pares del giornale prima della pubblicazione“. Durante un’intervista David Kirkland, uno dei ricercatori menzionati nella mail, ha affermato: “Non pubblicherei un documento scritto da altri“, e ha aggiunto “non abbiamo mai interagito con la Monsanto durante tutto il processo di revisione dei dati e redazione dello studio“.
Le rivelazioni sono solo l’ultimo degli episodi che hanno sollevato preoccupazioni in merito all’integrità della ricerca accademica finanziata da aziende del settore agrochimico. L’anno scorso, un’inchiesta del New York Times ha dimostrato che l’industria è in grado di manipolare la ricerca accademica o falsare i risultati. Le dichiarazioni di interesse incluse in uno studio finanziato dalla Monsanto sul glifosato, comparso nella rivista Critical Reviews in Toxicology, affermavano che i membri del panel fossero stati assoldati da una società di consulenza. Lo scambio di e-mail reso pubblico dimostra come i funzionari della Monsanto abbiano discusso sugli scienziati da prendere in considerazione e plasmato il progetto.
“Ritengo sia importante mettere la Monsanto di fronte alle proprie responsabilità quando le sue affermazioni sono contraddette in toto dall’estrema franchezza della documentazione interna“, ha affermato Timothy Litzenburg di Miller Firm, uno degli studi legali partecipanti al processo. Il problema della sicurezza del glifosato non è di poco conto per gli americani: negli ultimi due decenni, la Monsanto ha ridisegnato il mais, i baccelli di soia e il cotone dal punto di vista genetico, pertanto è molto più semplice spruzzare su di essi il diserbante; inoltre, nel 2015, è stato registrato un utilizzo di ca. 220 milioni di libbre (ca. 100 milioni di chili) di glifosato negli Stati Uniti.
“La gente deve sapere che eminenti scienziati di tutto il mondo sono in disaccordo con la Monsanto e con alcune delle valutazioni delle agenzie di regolamentazione, e che anche all’interno dell’E.P.A. vi sono pareri discordanti“, afferma Robin Greenwald, avvocato dello studio Weitz & Luxembourg, anch’esso partecipante al processo. “Anche nell’Unione Europea vi è un grande disaccordo tra gli Stati. La situazione non è così semplice come la dipinge la Monsanto“.
da gruppo EFDD Parlamento Europeo – Movimento 5 Stelle (fonte)
Tratto da: http://informazionebycuriosity.altervista.org/rivelazioni-shock-del-new-york-times-glifosato-provoca-cancro-la-monsanto-corrotto-la-ricerca-scientifica/

La Natura si ribella – L’Amaranto, l’antica pianta sacra degli Incas, attacca le colture OGM !!




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La Natura si ribella – L’Amaranto, l’antica pianta sacra degli Incas, attacca le colture OGM !!


La Natura si ribella e infesta le coltivazioni OGM

Amaranto, l’antica pianta sacra degli Incas attacca le colture OGM
Panico tra gli agricoltori proOGM negli Stati Uniti.
Le loro colture di soia OGM, nonostante i massicci trattamenti chimici, non riescono a tenere alla larga l’antico cereale naturale dell’Amaranto, che si ribella infestando i loro campi.
Gli agricoltori statunitensi hanno dovuto lasciare cinquemila ettari di  soia transgenica, mentre altri cinquantamila sono seriamente minacciati.
Già nel 2004, un agricoltore di Atlanta osservò che diverse piante di amaranto resistevano al potente e cancerogeno erbicida Roundup. Da allora la situazione è peggiorata e il fenomeno si è diffuso in Sud e Nord Carolina, Arkansas, Tennessee e Missouri. Secondo un gruppo di scienziati britannici dal Centro di Ecologia e Idrologia, vi è stato un trasferimento dei geni tra la pianta geneticamente modificata e alcune erbacce come l’amaranto.
Questo indesiderato e pericoloso risultato, contraddice le affermazioni dei sostenitori pro-OGM che affermano che un’ibridazione tra una pianta OGM e una pianta naturale è semplicemente “impossibile“….
A quanto pare Madre Natura si sta ribellando, portando a galla le pericolose menzogne dell’agricoltura chimico/industriale che attualmente sta avvelenando la terra, gli animali e noi esseri umani.
L’erbicida potente usato, il Roundup, ha esercitato un’enorme pressione sulle piante, che hanno ulteriormente aumentato la velocità di adattamento. ” A quanto pare un gene per la resistenza agli erbicidi ha dato vita ad un impianto ibrido…
L’unica soluzione è strappare le erbacce a mano, come “una volta“, ma questo non è più possibile date le enormi dimensioni delle colture….
Inoltre, essendo profondamente radicate al suolo, questi cereali antichi sono molto difficili da estirpare.
Possiamo dire che il Karma 
gira anche nell’agricoltura!

E ‘divertente notare che l’amaranto, ormai considerato un “diabolica” pianta per l’agricoltura chimico/industriale degli OGM è al contrario una pianta sacra per gli Incas. Essa appartiene ai cibi più antichi del mondo. Ogni pianta produce una media di 12.000 grani l’anno e produce molte più proteine della soia ogm, inoltre produce vitamine A e C, e sali minerali.
L’Amaranto sopporta la maggior parte degli sbalzi climatici, e non ha problemi con gli insetti o con le malattie, tanto meno con la mania di prepotenza prodotta dall’incoscienza dell’uomo.
Noi tutti amanti della Natura dovremmo ringraziare la pianta sacra dell’Amaranto e da essa prendere esempio, perché come lei resiste ai pazzi esperimenti dell’uomo, noi dovremmo fare altrettanto resistendo a chi fa le guerre in nome nostro, a chi crea le crisi economiche volendoci tutti schiavi, a chi distrugge la Natura in nome di un falso progresso e che ci rinchiudi in tutte queste città soffocanti che ci rendono deboli ed insensibili ai problemi del mondo.

Fonte: https://nuestroplanetaazulcambia.wordpress.com/2011/12/15/el-amaranto-la-planta-sagrada-de-los-incas-ataca-a-cultivos-transgenicos/

martedì 14 marzo 2017

È ufficiale - la Monsanto deve etichettare il glifosato come probabile cancerogeno!





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È ufficiale - la Monsanto deve etichettare il glifosato come probabile cancerogeno!


La California è il primo stato americano a pretendere che Monsanto etichetti il Roundup, il suo erbicida più venduto, come un possibile agente cancerogeno. Cala come una mannaia sulla multinazionale dei pesticidi e degli Ogm la sentenza emessa da un giudice californiano venerdì 10 marzo.
Il giudice della Corte Superiore Kristi Kapetan ha formalizzato la sua decisione dando ragione allo Stato della California che chiedeva l’etichettatura del glifosato come sostanza  “conosciuta per essere in grado di provocare il cancro”.

A muovere l’imposizione dello Stato Usa, lo studio Iarc che aveva classificato il pesticida come probabile cancerogeno.
La Monsanto oltre a ricorrere alla Corte nel tentativo (finora vano) di bloccare la richiesta, ha nel frattempo lanciato una campagna contro l’Agenzia internazionale dell’Oms e ora si trova a fronteggiare una imposizione che potrebbe avere forti ripercussioni negli Stati Uniti dove, ha ammesso, la presenza di un’etichetta di questo genere potrebbe incidere negativamente sulle vendite di glifosato.
Anche al di qua dell’oceano i problemi per la multinazionale non mancano, con la petizione europea organizzata di WeMove (sostenuta anche dal Salvagente) che ha già raccolto centinaia di migliaia di firme di cittadini europei che chiedono che la Ue non rinnovi l’autorizzazione al glifosato. L’Agenzia delegata dalla Commissione europea, come si è saputo in questi giorni, dovrebbe emettere a breve un parere (ulteriore) sulla pericolosità dell’erbicida, ma già è stata accusata di conflitti di interesse poco rassicuranti.
da: https://ilsalvagente.it/2017/03/13/monsanto-deve-etichettare-il-glifosato-come-probabile-cancerogeno/19941/