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venerdì 23 giugno 2017

Servizio shock de Le Iene: "La sconvolgente verità sui Pomodori “Prodotti in Italia” che mangiamo ogni giorno…" È incredibile, guardate che immonda porcheria ci fanno mangiamo questi delinquenti pur di arricchirsi sulla nostra pelle!




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Servizio shock de Le Iene: "La sconvolgente verità sui Pomodori “Prodotti in Italia” che mangiamo ogni giorno…" È incredibile, guardate che immonda porcheria ci fanno mangiamo questi delinquenti pur di arricchirsi sulla nostra pelle! 



fonte: http://controinformazionetv.info/servizio-choc-de-le-iene-la-sconvolgente-verita-sui-pomodori-prodotti-italia-mangiamo-giorno/

venerdì 5 maggio 2017

Così gli OGM brasiliani nutrono 700 milioni di maiali cinesi… E pensate che queste porcherie non arrivano sulle nostre tavole?



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Così gli OGM brasiliani nutrono 700 milioni di maiali cinesi… E pensate che queste porcherie non arrivano sulle nostre tavole?


Così gli ogm brasiliani nutrono 700 milioni di maiali cinesi

Carne, tonno, pomodoro… Dal Brasile alla Cina, viaggio nell’industria agroalimentare. Dove pochi produttori controllano filiere vitali


«I brasiliani usano le loro terre per produrre la soia che viene ingurgitata dai maiali industrializzati che la Cina ha importato dagli Stati Uniti; i cinesi usano le loro campagne per produrre il concentrato di pomodoro che verrà esportato in Africa o servirà da base al ketchup negli hamburger che i fast food come McDonald’s vendono in tutto l’occidente – e che stanno cominciando a spopolare in Cina. L’avanzata del modello sembra inarrestabile». Sono righe che danno un senso di vertigine, ma è tutto il libro I signori del cibo di Stefano Liberti a provocare stupore, indignazione, smarrimento.
E consapevolezza di quanto poco sappiamo delle grandi trasformazioni dell’industria agroalimentare. In estrema sintesi I signori del cibo è un libro su come globalizzazione e finanziarizzazione stanno cambiando l’industria del cibo. Il nodo sembrerebbe proprio questo. L’industrializzazione della produzione degli alimenti è fenomeno antico, almeno in occidente, ma globalizzazione e finanza hanno mutato profondamente le filiere e continuano ad acuire i processi più preoccupanti, ovvero concentrazione e sfruttamento delle risorse. Sempre più il cibo diviene una merce scambiata sui mercati globali da aziende che controllano tutti i passaggi della filiera.
Che tipo di aziende? Le cosiddette aziende locusta, gruppi che cercano di produrre al minor costo possibile e senza curarsi granché delle conseguenze sull’ambiente, sugli animali, su ciò che mangiamo. Liberti – non nuovo a libri di grande complessità, pensiamo ai suoi lavori sul land grabbing e sulle rotte dei migranti – ricostruisce questi processi attraverso un’inchiesta durata due anni, che lo ha portato in Paesi geograficamente lontanissimi – Brasile, Cina, Spagna, Stati Uniti, Senegal, Ghana, Italia – ma legati da rapporti economici stretti e ambigui, per guardare con i propri occhi cosa accade a uomini e animali, e per incontrare persone dai profili diversissimi, dai contadini brasiliani e ghanesi, ai pescatori di mille mari, ai broker di commodities alimentari, ai cinici manager delle multinazionali del cibo.
Per mostrarci gli esiti pratici di questi processi Liberti pedina la filiera di quattro prodotti – carne di maiale, soia, tonno in scatola e pomodoro concentrato. Ovvero la carne più consumata al mondo, il legume dalla crescita più alta, il secondo prodotto del mare più commercializzato dopo i gamberetti e il frutto più diffuso del pianeta. Che cosa scopre? Che il mega-mattatoio di Shuanghui, in Cina, può essere descritto come il simbolo della nuova industria del maiale: immensi e atroci stabulari di proprietà di pochi grandi gruppi quotati in borsa che hanno verticalizzato la produzione, e che controllano tutto il processo, con allevamenti da milioni di capi – spesso importati dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, che riescono a selezionare specie molto efficienti –, enormi impianti di macellazione e trasformazione e una grande rete di distribuzione.
Che va ad alimentare il più grande mercato del mondo, 700 milioni di maiali per un popolo che ha cominciato a mangiare carne con una certa costanza. Per cibare quei maiali ci si rivolge al Brasile. Oggi una rilevante parte del Mato Grosso è diventata monocolturale. Si coltiva soia ogm, milioni di ettari per tonnellate che vengono spedite in un Paese, la Cina, che fino a quindici anni fa non importava soia dall’estero, e oggi assorbe il 67% del commercio globale. La catena carne-soia, Cina-Brasile. Una catena controllata da pochi gruppi e, tra questi, la più grande azienda privata degli Stati Uniti, la Cargill, che ha un fatturato pari a cinque volte quello di McDonald’s e a quattro volte il pil della Bolivia o del Camerun.
E poi il tonno. Che Liberti ci racconta attraverso la voce dei pescatori, partendo dai pionieri della caccia al tonno tropicale, i pescatori baschi, per arrivare ai dolenti lamenti dei pescatori senegalesi, impoveriti da un’industria che vuole economie di scala, pescherecci ipertecnologici, e attori – in particolari thailandesi – che spesso agiscono fuori dai regolamenti internazionali. E infine il pomodoro, il concentrato di pomodoro. La Cina era un Paese che produceva poco concentrato di pomodoro. Oggi, dopo aver trasformato lo Xinjiang e i suoi enti para-militari in macchine per la produzione, è diventato il primo esportatore al mondo.
Con dinamiche apparentemente folli: si coltiva e trasforma in Cina e si spedisce in tutto il mondo, dove il pomodoro viene rilavorato e spesso esportato ancora una volta, a prezzi bassissimi, esiziali per mercati quali quelli africani. Le conseguenze di queste trasformazioni sono enormi e ambivalenti. Riguardano i modi della produzione, della commercializzazione, del consumo. Sembrerebbero esserci chiari vincitori e vinti, ma la realtà, così come in generale le conseguenze della globalizzazione, sono ambivalenti, contraddittorie. Si arricchiscono i grandi gruppi e i grandi produttori, e alcuni investitori, e in parte anche i contadini-trasformatori brasiliani, che escono da un’economia di sussistenza, e chi lavora nella filiera del pomodoro cinese.
Ma si impoveriscono i coltivatori di soia della Manciuria, messi fuori mercato dal Brasile, e i pescatori senegalesi, senza i capitali per metter su un’industria del pesce, e gli agricoltori del Ghana, e i piccoli produttori di diversi Stati africani. Gli effetti sulle risorse e sugli equilibri socio ambientali sono evidenti, il luogo della produzione e il luogo del consumo si allontanano sempre di più, si riduce la biodiversità, si stabilisce con l’ambiente un rapporto puramente estrattivo. Che fare? Liberti è consapevole della difficoltà di rispondere, trovare strategie, sa bene che filiere corte, bio, slow food sono risposte giuste e nobili ma spesso elitarie. Nel libro c’è una postfazione affidata alla campagna #filierasporca, che ribadisce i danni globali delle attuali filiere alimentari e invita a impegnarsi per la trasparenza e per un modello di sviluppo che protegga la biodiversità e rispetti il lavoro di uomini e donne.

fonte: https://www.greenme.it/informarsi/agricoltura/18860-multinazionali-multate-brasile-ogm

mercoledì 19 aprile 2017

In Cina le api sono già sparite, ed è l’uomo che è costretto a impollinare al posto degli insetti. Ancora 4 anni...?



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In Cina le api sono già sparite, ed è l’uomo che è costretto a impollinare al posto degli insetti. Ancora 4 anni...?


In Cina le api sono sparite, ed è l’uomo a dover impollinare al posto degli insetti

Le api in Cina sono scomparse e gli uomini devono darsi da fare per impollinare al posto degli insetti perduti.



In alcune parti della Cina rurale, gli esseri umani stanno facendo quello che un tempo non molto lontano era il lavoro delle api. Queste foto mostrano i lavoratori agricoli di Hanyuan, nella provincia di Sichuan in Cina, mentre applicando scrupolosamente il polline dei fiori a mano.
Hanyuan County è conosciuta come la “capitale dell’albero del pero del mondo”. Ma l’uso dei pesticidi ha portato ad una drastica riduzione della popolazione delle api della zona, minacciando il raccolto di frutta. I lavoratori ora impollinano alberi da frutto artificialmente, trasferendo accuratamente il polline dai fiori maschili ai fiori femminili per fertilizzarli appunto.

Le immagini degli impollinatori umani raccontano una storia di perdita degli insetti conosciuti come laboriosi e tra i più importanti nel mondo: le api.

Secondo un rapporto di febbraio delle Nazioni Unite, le popolazioni delle api sono in declino in tutto il mondo e la riduzione del numero, potrebbe comportare la perdita di “centinaia di miliardi di dollari” in fatto di valore di raccolti per ogni anno.

In alcune parti della Cina, l’impollinazione a mano può effettivamente costare meno che affittare api per impollinare le colture, perchè a questo sono arrivati nel paese del sol levante e di questo passo anche noi ci avvieremo a dover cercare chi ci presta le api pagandole a caro prezzo. Per evitare di innalzare i costi dei prodotti della terra, gli agricoltori hanno iniziato nella città di Hanyuan l’impollinazione a mano. Ma l’aumento dei costi del lavoro e il calo dei rendimenti della frutta, hanno messo in crisi il mercato.

Le api si precipitano verso l’estinzione, le foto del fotografo Kevin Frayer potrebbero far presagire  un futuro non così lontano quello in cui il lavoro delle braccia deve sostituire il lavoro che prima le api facevano naturalmente e a gratis. Ma questo è quel che l’uomo si merita per aver rovinato inesorabilmente il pianeta.

HANYUAN, CHINA -MARCH 25: Chinese farmer He Meixia, 26, pollinates a pear tree by hand on March 25, 2016 in Hanyuan County, Sichuan province, China. Heavy pesticide use on fruit trees in the area caused a severe decline in wild bee populations, and trees are now pollinated by hand in order to produce better fruit. Farmers pollinate the pear blossom individually. Hanyuan County describes itself as the 'world's pear capital', but the long-term viability of hand pollination is being challenged by rising labor costs and declining fruit yields. A recent United Nations biodiversity report warned that populations of bees, butterflies, and other pollinating species could face extinction due to habitat loss, pollution, pesticides, and climate change. It noted that animal pollination is responsible for 5-8% of global agricultural production, meaning declines pose potential risks to the world's major crops and food supply. (Photo by Kevin Frayer/Getty Images)

fonte: https://www.nonsoloanimali.com/in-cina-le-api-sono-sparite-ed-e-luomo-a-dover-impollinare-al-posto-degli-insetti/?utm_sq=fenlo4lfyf&utm_source=Facebook&utm_medium=social&utm_campaign=Lo+Spillo&utm_content=Lo+Spillo+Post

domenica 26 marzo 2017

Occhio all’etichetta: L’Italia invasa da miele cinese contaminato con polline Ogm!!




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Occhio all’etichetta: L’Italia invasa da miele cinese contaminato con polline Ogm!!


Miele contaminato in Italia. La Coldiretti ha lanciato l’allarme: il 20% del nettare degli dei commercializzato nel nostro Paese proviene dalla Cina. Dove è consentito l’uso del polline Ogm. Ecco come evitare di comprarlo.

Con le importazioni dall’estero aumentate del 13 per cento nel 2016, è invasione di miele straniero in Italia. Tanto che i barattoli di prodotto cinese, ungherese e rumeno hanno superato quest’anno la produzione nazionale.
È quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Istat relativi ai primi 5 mesi dell’anno. I risultati produttivi del settore vedono un crollo del 70 per cento. La principale causa è stata l’azzeramento del “raccolto” di miele d’acacia in Piemonte e Triveneto e di agrumi in Sicilia.
Se nel 2015 gli arrivi di prodotto straniero hanno raggiunto il massimo di sempre – ricorda Coldiretti -, salendo a quota 23,5 milioni di chili, il 2016 vede così aggravarsi il fenomeno. Con il 20 per cento del prodotto straniero che arriva peraltro dalla Cina, dove è consentito l’uso delpolline Ogm, così come in Romania, paese che si colloca nella classifica dei principali esportatori in Italia, guidata da un’altra nazione dell’Est, l’Ungheria.
Aumenta dunque – denuncia la Coldiretti – il rischio di portare in tavolaprodotti spacciati per Made in Italy, ma provenienti dall’estero, spesso di bassa qualità.
Per questo occorre verificare con attenzione l’origine in etichetta.

COME RICONOSCERE IL MIELE MADE IN ITALY
Il miele prodotto sul territorio nazionale dove non sono ammesse coltivazioni Ogm è riconoscibile attraverso l’etichettatura di origine obbligatoria fortemente sostenuta dalla Coldiretti.
La parola Italia deve essere obbligatoriamente presente sulle confezioni di miele raccolto interamente sul territorio nazionale.
Mentre nel caso in cui il miele provenga da più Paesi dell’Unione Europea, l’etichetta – continua la Coldiretti – deve riportare l’indicazione “miscela di mieli originari della CE“.
Se invece proviene da Paesi extracomunitari deve esserci la scritta “miscela di mieli non originari della CE“; mentre se si tratta di un mix va scritto “miscela di mieli originari e non originari della CE“.

OCCHIO ALL’ETICHETTA

Il problema è però che le stesse regole non valgono se il miele viene usato come ingrediente.
Infatti nei biscotti e negli altri dolci, come il torrone, la presenza di prodotto straniero non viene dichiarata in etichetta.
Un danno che va sanato poiché colpisce un settore, quello nazionale, che contacirca 50mila apicoltori, con 1,39 milioni di alveari e un giro d’affari stimato di 70 milioni di euro.
Per non parlare del servizio di impollinazione so all’agricoltura, valutato da 3 a 3,5 miliardi di euro.
La produzione media per alveare, nelle aziende apistiche professionali (sono circa 2000 quelle che gestiscono più di 150 alveari) è di circa 33.5 kg/alveare mentre la media nazionale generale si aggira intorno ai 17,5 kg/alveare.
Per quanto riguarda le vendite – conclude Coldiretti -, i piccoli apicoltori si indirizzano innanzitutto verso il conferimento in cooperativa (23,6%), i privati consumatori (22,0%) e i grossisti (20,8%), mentre la restante parte viene indirizzata al piccolo dettaglio tradizionale e specializzato che assorbe il 12,7%.

sabato 25 marzo 2017

Attenti a quello che mangiate – La Coldiretti lancia l’allarme – Il pomodoro Cinese invade l’Italia: solo nel 2016 + 43%…!




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Attenti a quello che mangiate – La Coldiretti lancia l’allarme – Il pomodoro Cinese invade l’Italia: solo nel 2016 + 43%…!


​Sono aumentate del 43% le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina che hanno raggiunto circa 100 milioni di chili nel 2016, pari a circa il 20 per cento della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti in occasione della divulgazione dei dati Istat relativi al commercio estero da Paesi extracomunitari a gennaio 2017 che fa registrare un balzo record del 22,3% delle importazioni, superiore a quello delle esportazioni (+19,7%). C’è il rischio concreto che il concentrato di pomodoro cinese venga spacciato come Made in Italy sui mercati nazionali ed esteri – sottolinea la Coldiretti - per la mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza.
Dalla Cina - continua la Coldiretti - si sta assistendo ad un crescendo di navi che sbarcano fusti di oltre 200 chili di peso con concentrato di pomodoro da rilavorare e confezionare come italiano poiché nei contenitori al dettaglio è obbligatorio indicare solo il luogo di confezionamento, ma non quello di coltivazione del pomodoro, sulla base di proiezioni sui dati Istat relativi ai primi undici mesi del 2016. Un commercio che va reso trasparente – precisa la Coldiretti - con l’obbligo ad indicare in etichetta l’origine degli alimenti che attualmente vale in Italia solo per la passata di pomodoro ma non per il concentrato o per i sughi pronti. A rischio - sostiene la Coldiretti - c’è uno dei settori simbolo del Made in Italy nel mondo a causa della concorrenza sleale del prodotto importato ma anche la sicurezza alimentare.
La Cina - sottolinea la Coldiretti - ha conquistato il primato nel numero di notifiche per prodotti alimentari irregolari perché contaminati dalla presenza di micotossine, additivi e coloranti al di fuori dalle norme di legge, da parte dell’Unione Europea, secondo una elaborazione della Coldiretti sulla base della Relazione sul sistema di allerta per gli alimenti relativa al 2015. Su un totale di 2967 allarmi per irregolarità segnalate in Europa, ben 386 (15 per cento) - precisa la Coldiretti - hanno riguardato il gigante asiatico.

Mentre l’Italia si appresta a diminuire la produzione nazionale perchè viene ritenuta eccessiva dalle industrie di trasformazione, si assiste l’importazione dall’estero di una quantità di concentrato di pomodoro del 21% che proviene per piu’ della metà dalla Cina che ha iniziato la coltivazione di pomodoro per l’industria nel 1990 e oggi rappresenta il terzo bacino di produzione dopo gli Stati Uniti e l’Italia, secondo i dati 2016.

Per la Coldiretti l’etichetta deve riportare obbligatoriamente la provenienza della materia prima impiegata per la frutta e verdura trasformata come i derivati del pomodoro, come chiede peraltro l’84 per cento degli italiani secondo la consultazione pubblica on line sull'etichettatura dei prodotti agroalimentari condotta dal ministero delle Politiche Agricole, che ha coinvolto 26.547 partecipanti sul sito del Mipaaf. Il consiglio della Coldiretti è comunque di preferire i prodotti, concentrato o sughi pronti, che volontariamente indicano sulla confezione l’origine nazionale 100% del pomodoro utilizzato.

Il pomodoro è il condimento maggiormente acquistato dagli italiani. Nel settore del pomodoro da industria - continua la Coldiretti - sono impegnati in Italia oltre 8mila imprenditori agricoli che coltivano su circa 72.000 ettari, 120 industrie di trasformazione in cui trovano lavoro ben 10mila persone, con un valore della produzione superiore ai 3,3 miliardi di euro. Un patrimonio che - conclude la Coldiretti - va salvaguardato garantendo il rispetto dei tempi di contrattazione per una consentire una adeguata pianificazione e una giusta remunerazione del prodotto agli agricoltori italiani.

fonte: Coldiretti

http://www.coldiretti.it/news/Pagine/151---27-Febbraio-2017.aspx

mercoledì 22 marzo 2017

Attenti a quello che mangiate – La Coldiretti lancia l’allarme – Il pomodoro Cinese invade l’Italia: solo nel 2016 + 43%…!!




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Attenti a quello che mangiate – La Coldiretti lancia l’allarme – Il pomodoro Cinese invade l’Italia: solo nel 2016 + 43%…!


​Sono aumentate del 43% le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina che hanno raggiunto circa 100 milioni di chili nel 2016, pari a circa il 20 per cento della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti in occasione della divulgazione dei dati Istat relativi al commercio estero da Paesi extracomunitari a gennaio 2017 che fa registrare un balzo record del 22,3% delle importazioni, superiore a quello delle esportazioni (+19,7%). C’è il rischio concreto che il concentrato di pomodoro cinese venga spacciato come Made in Italy sui mercati nazionali ed esteri – sottolinea la Coldiretti - per la mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza.
Dalla Cina - continua la Coldiretti - si sta assistendo ad un crescendo di navi che sbarcano fusti di oltre 200 chili di peso con concentrato di pomodoro da rilavorare e confezionare come italiano poiché nei contenitori al dettaglio è obbligatorio indicare solo il luogo di confezionamento, ma non quello di coltivazione del pomodoro, sulla base di proiezioni sui dati Istat relativi ai primi undici mesi del 2016. Un commercio che va reso trasparente – precisa la Coldiretti - con l’obbligo ad indicare in etichetta l’origine degli alimenti che attualmente vale in Italia solo per la passata di pomodoro ma non per il concentrato o per i sughi pronti. A rischio - sostiene la Coldiretti - c’è uno dei settori simbolo del Made in Italy nel mondo a causa della concorrenza sleale del prodotto importato ma anche la sicurezza alimentare.
La Cina - sottolinea la Coldiretti - ha conquistato il primato nel numero di notifiche per prodotti alimentari irregolari perché contaminati dalla presenza di micotossine, additivi e coloranti al di fuori dalle norme di legge, da parte dell’Unione Europea, secondo una elaborazione della Coldiretti sulla base della Relazione sul sistema di allerta per gli alimenti relativa al 2015. Su un totale di 2967 allarmi per irregolarità segnalate in Europa, ben 386 (15 per cento) - precisa la Coldiretti - hanno riguardato il gigante asiatico.

Mentre l’Italia si appresta a diminuire la produzione nazionale perchè viene ritenuta eccessiva dalle industrie di trasformazione, si assiste l’importazione dall’estero di una quantità di concentrato di pomodoro del 21% che proviene per piu’ della metà dalla Cina che ha iniziato la coltivazione di pomodoro per l’industria nel 1990 e oggi rappresenta il terzo bacino di produzione dopo gli Stati Uniti e l’Italia, secondo i dati 2016.

Per la Coldiretti l’etichetta deve riportare obbligatoriamente la provenienza della materia prima impiegata per la frutta e verdura trasformata come i derivati del pomodoro, come chiede peraltro l’84 per cento degli italiani secondo la consultazione pubblica on line sull'etichettatura dei prodotti agroalimentari condotta dal ministero delle Politiche Agricole, che ha coinvolto 26.547 partecipanti sul sito del Mipaaf. Il consiglio della Coldiretti è comunque di preferire i prodotti, concentrato o sughi pronti, che volontariamente indicano sulla confezione l’origine nazionale 100% del pomodoro utilizzato.

Il pomodoro è il condimento maggiormente acquistato dagli italiani. Nel settore del pomodoro da industria - continua la Coldiretti - sono impegnati in Italia oltre 8mila imprenditori agricoli che coltivano su circa 72.000 ettari, 120 industrie di trasformazione in cui trovano lavoro ben 10mila persone, con un valore della produzione superiore ai 3,3 miliardi di euro. Un patrimonio che - conclude la Coldiretti - va salvaguardato garantendo il rispetto dei tempi di contrattazione per una consentire una adeguata pianificazione e una giusta remunerazione del prodotto agli agricoltori italiani.

fonte: Coldiretti

http://www.coldiretti.it/news/Pagine/151---27-Febbraio-2017.aspx

martedì 14 marzo 2017

Attenzione all'Aglio importato dalla Cina: è pieno di candeggina e prodotti chimici – Ecco come riconoscerlo.




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Attenzione all'Aglio importato dalla Cina: è pieno di candeggina e prodotti chimici – Ecco come riconoscerlo.


La maggior parte delle persone non sanno che l’aglio che compriamo tutti i giorni nel supermercato vicino casa o che mangiamo nei nostri piatti al ristorante potrebbe effettivamente provenire dalla Cina.

Questo non avrebbe dovuto essere un grande problema, ma una parte dell’aglio prodotto in Cina è tossico. Oltre al controllo della qualità che è stato da sempre un problema molto preoccupante, il modo di coltivare quest’aglio è estremamente problematico. I produttori cinesi utilizzano pesticidi vietati per stimolare i loro prodotti, e quest’ultimi possono avere degli effetti devastatori sulla salute.
Di conseguenza, dovreste eliminare questo alimento dai vostri pasti per evitare danni alla salute, ma soprattutto imparare a riconoscere l’aglio tossico coltivato in Cina. Ecco le cose che dovete sapere quando andate a comprare dell’aglio:
  • Il sapore: l’aglio sanamente coltivato è molto più saporito rispetto a quello prodotto in Cina.
  • Se la radice e il gambo non sono stati tolti, l’aglio dovrebbe essere buono. Gli agricoltori cinesi tolgono spesso le radici e i gambi per ridurre il peso e risparmiare denaro sulla spedizione.
  • L’aglio proveniente dalla Cina è più leggero e meno bulboso di quello naturale.

In conclusione, il miglior modo di approfittare dei vantaggi dell’aglio è di comprarlo dagli agricoltori locali di fiducia.

Tratto da: Protegè ta santé